Nei pressi dell’ex chiesa della Madonna della Nova, a Conversano, sorge la Casa della Carità: un luogo dove chi è solo trova una porta aperta, un volto amico, un pasto condiviso. Ogni domenica, la mensa accoglie persone che spesso non mancano solo di cibo, ma di relazioni, di ascolto, di una parola gentile.
Attorno ai tavoli di questa casa non si servono solo piatti caldi, ma si ricostruiscono legami. Chi entra per bisogno, spesso resta per amicizia. Il centro d’ascolto e la casa di accoglienza offrono un tempo di prossimità, una presenza che cura la ferita più profonda del nostro tempo: la solitudine.
La Casa della Carità è segno discreto ma luminoso di un Vangelo vissuto nel quotidiano, dove la fede si traduce in gesti concreti e l’amore diventa pane spezzato, condiviso tra fratelli.
Dal Vangelo di Giovanni (Gv 13, 1-15)
1Prima della festa di Pasqua, Gesù, sapendo che era venuta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò fino alla fine. 2Durante la cena, quando il diavolo aveva già messo in cuore a Giuda, figlio di Simone Iscariota, di tradirlo, 3Gesù, sapendo che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani e che era venuto da Dio e a Dio ritornava, 4si alzò da tavola, depose le vesti, prese un asciugamano e se lo cinse attorno alla vita. 5Poi versò dell'acqua nel catino e cominciò a lavare i piedi dei discepoli e ad asciugarli con l'asciugamano di cui si era cinto. 6Venne dunque da Simon Pietro e questi gli disse: "Signore, tu lavi i piedi a me?". 7Rispose Gesù: "Quello che io faccio, tu ora non lo capisci; lo capirai dopo". 8Gli disse Pietro: "Tu non mi laverai i piedi in eterno!". Gli rispose Gesù: "Se non ti laverò, non avrai parte con me". 9Gli disse Simon Pietro: "Signore, non solo i miei piedi, ma anche le mani e il capo!". 10Soggiunse Gesù: "Chi ha fatto il bagno, non ha bisogno di lavarsi se non i piedi ed è tutto puro; e voi siete puri, ma non tutti". 11Sapeva infatti chi lo tradiva; per questo disse: "Non tutti siete puri".
12Quando ebbe lavato loro i piedi, riprese le sue vesti, sedette di nuovo e disse loro: "Capite quello che ho fatto per voi? 13Voi mi chiamate il Maestro e il Signore, e dite bene, perché lo sono. 14Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i piedi a voi, anche voi dovete lavare i piedi gli uni agli altri. 15Vi ho dato un esempio, infatti, perché anche voi facciate come io ho fatto a voi.
dall'esortazione apostolica del Santo Padre LEONE XIV, Dilexi te, n.106
E ci fa tanto bene scoprire che quella scena del buon samaritano si ripete anche oggi. Ricordiamo una situazione dei nostri giorni: «Quando incontro una persona che dorme alle intemperie, in una notte fredda, posso sentire che questo fagotto è un imprevisto che mi intralcia, un delinquente ozioso, un ostacolo sul mio cammino, un pungiglione molesto per la mia coscienza, un problema che devono risolvere i politici, e forse anche un’immondizia che sporca lo spazio pubblico. Oppure posso reagire a partire dalla fede e dalla carità e riconoscere in lui un essere umano con la mia stessa dignità, una creatura infinitamente amata dal Padre, un’immagine di Dio, un fratello redento da Cristo. Questo è essere cristiani! O si può forse intendere la santità prescindendo da questo riconoscimento vivo della dignità di ogni essere umano?». Cosa fece il buon samaritano?
Nel Vangelo (Gv 13,1-15), durante l’ultima cena, Gesù si alza da tavola, si cinge un asciugamano e lava i piedi ai discepoli. È un gesto silenzioso, ma carico d’amore: un modo per dire che nessuno è troppo in basso per essere guardato, nessuno è troppo solo per essere servito. Alla Casa della Carità di Conversano, questo Vangelo prende carne: nelle mense domenicali, nei centri di ascolto, nelle stanze di accoglienza. Ogni gesto – un pasto condiviso, un ascolto, una presenza – è una lavanda dei piedi: discreta, concreta, quotidiana. Lì, la solitudine trova una risposta che non è parola, ma presenza che cura.
Gesù si inginocchia davanti ai suoi amici e lava loro i piedi.
Chi oggi ti chiede di fermarti, di chinarti, e di servirlo non con gesti grandiosi, ma con la semplicità di una presenza vera?
Prendi una sedia vuota e siedi di fronte ad essa.
Pensa ad una persona sola che conosci — un compagno di scuola, un vicino, un anziano — e scrivi il nome su un foglietto da appoggiare sulla sedia.
Il gesto ci ricorda che ogni posto vuoto può diventare spazio di incontro se scegliamo di riempirlo con la nostra presenza.
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